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lunedì 10 settembre 2012

CHRISTINA AGUILERA: Pop Star d'altri tempi?


Le pop-star solitamente non brillano certo per bellezza interiore, anzi. L'esteriorità e l'immagine prima di tutto. Però in molte canzoni di Christina Aguilera è possibile avvertire un soffio di purezza che è carente invece nelle pop-star attualmente in voga come Lady GaGa e Nicki Minaj, nonostante la tematica del "tuseibellocomesei" sia molto cara alle pop-star da sempre; basti pensare al tamarrissimo polpettone dance della Germanotta, "Born this Way", o all'insipida "Firework" di Katy Perry.
"Beautiful", ad esempio, è un'altra storia. Scritta da Linda Perry, venne interpretata dalla Aguilera per l'album "Stripped" del 2002, ottenendo un grandissimo successo in tutto il mondo. Persino Elvis Costello ne incise una cover, poi utilizzata in una puntata di "Doctor House"!
In cosa risiede, dunque, la bellezza di questo brano? Sicuramente nella volontà di affrontare tematiche delicate come la scarsa autostima, l'anoressia e l'omosessualità, in un modo altrettanto delicato, senza cercare di proporre a tutti i costi l'hit ballabile del momento. La voce straordinaria e l'interpretazione dolce e sentita della cantante fanno il resto.


Una certa sensibilità musicale la Aguilera l'aveva già dimostrata in altri pezzi, come la commovente ballata "Hurt", dedicata ad un padre la cui scomparsa è causa di tormento e rimpianti, un disfacimento interiore che risplende con forza nella voce della cantante, realmente straziata dal dolore, oltre che impegnata in una delle sue performance vocali più mirabili.
E poi, ce la vedete l'esuberante Rihanna a cantare dei suoi genitori?

Altre canzoni, il discorso non cambia: la soavità che sfocia in un climax più aggressivo e convincente di "The Voice Within" e l'R&B biascicato e romantico di "Walk Away", territorio limitrofo a quello della Alicia Keys degli inizi e di Adele. Ma anche la grinta di "Fighter", con un videoclip dalle atmosfere dark che sa tanto di metamorfosi kafkiana.



E' chiaro che l'archetipo della pop-star è per antonomasia un ammasso di stereotipi, è così da sempre. Nonostante i tempi cambino, lo showbiz continua nella sua imperterrita ricerca delle nuove Britney Spears e Beyoncé, incurante delle reale qualità del prodotto che viene letteralmente dato in pasto agli ascoltatori. Perciò ci vengono proposte talvolta delle stelle ma il più delle volte delle meteore, piccole cantanti folgorate dal successo e da un'omologazione sempre più inquietante, che non accenna ad indietreggiare, ma che anzi sta fagocitando con discrezione il nostro stile di vita e soprattutto quello dei più giovani.
In tutto questo calderone pop sarà pur lecito, però, avere il diritto ogni tanto di ascoltare una bella canzone senza doversi vergognare del fatto che si tratta della canzone di una pop-star molto famosa. E quella pop-star è Christina Aguilera.



domenica 2 settembre 2012

IAN CURTIS, un duello di personalità



Neanche a vederlo da lontano avrebbe mai dato l'impressione di essere uno dei tanti. Ian Curtis, nato a Manchester nell'estate del '56, era un ragazzo sui generis a tutti gli effetti. Era molto alto e dava l'idea di essere un po' stralunato, di aspetto romantico e con uno sguardo troppo adulto per un ragazzo. Amava la musica e nel 1977 fondò insieme a
i suoi compagni (Peter Hook al basso e Bernard Sumner alla chitarra) una band chiamata Warsaw, nome ispirato al brano "Warszawa" di David Bowie, di cui Curtis era un grande fan. In seguito, con l'aggiunta del batterista Brotherdale e l'incisione di alcuni demo, il gruppo cambiò nome in Joy Division, e avrebbe fatto storia. Ma questo Ian ancora non lo sapeva. E non farà in tempo a saperlo.
Troppe cose arrivate troppo in fretta l'avrebbero disintegrato... L'amore, la paternità, il successo, i sensi di colpa, la malattia. Ian si sposò giovanissimo con Deborah Woodruff, quando entrambi avevano solo 19 anni. La loro unica figlia, Natalie, nacque dopo quattro anni, ma il loro a
more era già sbiadito e Ian infatti stava iniziando una relazione con la giornalista belga Annik Honorée, che sarebbe stata la causa del suo divorzio. Un divorzio che Ian non voleva, una separazione che lo rendeva di giorno in giorno ancora più fragile, preso com'era dalle contraddizioni del suo animo. Ma lui l'aveva già scritto nelle sue canzoni, che quella crisi sarebbe stata incipiente e sarebbe arrivata a distruggere l'equilibrio che aveva cercato di preservarsi. Senza rendersi conto che in realtà quella crisi c'era sempre stata, si era semplicemente acquattata per sferrare i suoi attacchi "prendendosela brutalmente comoda", per graffiarlo e divorarlo al momento opportuno, lasciandolo tramortito dal dolore e tremante, come dopo una delle sue violente crisi di epilessia, malattia che affliggeva e torturava Curtis. Una malattia che Ian cercava di esorcizzare sul palco, con delle movenze frenetiche che richiamavano i tremori e gli scatti degli attacchi epilettici, che talvolta lo coglievano anche mentre cantava. Anzi, nell'ultimo periodo della sua vita si erano fatti più frequenti, incontrollabili.

Intanto i Joy Division stavano raccogliendo sempre più consensi, grazie alle oscure atmosfere ricreate e alla perfetta geometria musicale con basso e sezione ritmica in primo piano, che andava a cozzare con le parole distaccate e sofferenti
quasi recitate dalla voce baritonale e monocorde di Curtis. I Joy Division hanno dimostrato che esisteva qualcosa oltre il Punk urlato e confusionario, che si inorgogliva di una carica politica che di politica aveva ben poco oltre alla volontà di scagliarsi contro il sistema, contro le convenzioni, contro le istituzioni. Hanno dimostrato che l'anima indipendente del rock può avere una voce asettica e non gracchiante e che l'introspezione personale non è meno importante della denuncia sociale. Questo merito non fu solo dei Joy Division, è chiaro, ma sarà l'emblematica figura di Ian Curtis a dare voce allo scandagliamento dell'interiorità umana, in tutte le sue debolezze, senza autocompiacimento né autocommiserazione. Certo il dolore che emerge dalle liriche del cantante è devastante: distrutto dagli stessi suoi pensieri, apparentemente confusi eppure in realtà lucidissimi. E poi c'è la continua e sottile rievocazione dell'infanzia, come se per quel ragazzo poco più che ventenne l'età puerile fosse già troppo distante. L'infanzia vista come una campana protettiva che va sciogliendosi man mano che si diviene adulti e, di conseguenza, scoperti, isolati, esposti alle brutture del mondo e, soprattutto, di se stessi. Perché Ian non è di quelli che se la prendono col mondo intero, con le persone che ha intorno. Le attese di Ian sono tutte per se stesso: sta aspettando di migliorare, sta aspettando qualcosa di più per la sua vita, qualcosa che potrebbe arrivare unicamente dai suoi sforzi. E al tempo stesso, sta "aspettando una guida che arrivi a prenderlo per la mano"...come se avesse voluto smuoversi dal suo avvilimento stazionario, ma non ne aveva la forza, o il coraggio.

"La morte si sconta vivendo" scriveva Ungaretti. Non fu così per Ian Curtis, che venne trovato morto, impiccato alla rastrelliera della casa dove abitava con Deborah. Aveva 23 anni. Quella sera aveva guardato il film "La ballata di Stroszek" e quando Deborah rinvenne il corpo il mattino seguente, il giradischi suonava "The Idiot" di Iggy Pop.
Il suo testamento musicale e non solo, ce l'ha lasciato con l'album "Closer", che uscirà poco dopo la sua morte, con in copertina la tomba della famiglia Appiani al Cimitero monumentale di Staglieno di Genova, in una foto di Bernard Pierre Wolff. Mentre "Unknown Pleasures", loro primo album, era un diamante grezzo, bellissimo, tagliente, non rifinito, "Closer" è il diamante lavorato, smussato e levigato. Due bellezze tanto vicine quanto lontane, meravigliose entrambe, incomparabili nella loro differente perfezione.
Due facce della stessa medaglia: l'animo di Ian Curtis.



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sabato 1 settembre 2012

Robert Smith suona per Tim Burton


Che il nuovo film di Tim Burton si chiamasse "Frankenweenie", lo sapevamo già. Che fosse l'adattamento dell'omonimo cortometraggio di Burton del 1984, anche. Che narri una tenera e surreale storia di amicizia tra un bambino di nome Victor e il suo cane Sparky, è cosa nota.
Ma che a rientrare nella soundtrack del film ci sarà anche Roberth Smith, carismatico leader
dei Cure, questa è una notizia fresca. Ancora però non si sa granché a proposito del brano, a parte il titolo, "Witchcraft". L'uscita della colonna sonora è prevista per il 25 Settembre e include anche pezzi di Kimbra, Passion Pit e Karen O delle Yeah Yeah Yeahs.


Che dire, considerando l'immaginario fosco e oscuro che regista e musicista condividono, i presupposti ci sono!

lunedì 13 agosto 2012

Cerimonia di chiusura Olimpiadi Londra 2012 - Review


12 Agosto 2012.
Avevano detto che sarebbe stata una grande festa. E una grande festa è stata, nessun dubbio su questo. Coloratissima, luminosa, caotica, kitsch come solo i britannici sanno essere. Ma parliamo del concerto che ha concluso queste Olimpiadi 2012.
Intorno alle 23, dopo una prima oretta di caos allegrissimo e spensierato, hanno iniziato a susseguirsi sul palco artisti emergenti e grandi nomi consacrati appartenenti alla musica britannica. Passino persino gli One Direction, indirizzati espressamente ad un pubblico di giovanissime, ma era proprio necessario la reunion delle Spice Girls?
George Michael non ha perso il suo carisma vocale, ma forse lo stile di vita sregolato che ha sempre condotto non gli ha giovato sul piano fisico: invecchiato e ingrassato, continua a muoversi e ballare come fosse ancora un ragazzino.

Non mancano i momenti nostalgici e tremendamente retorici. L'inizio è infatti affidato a "Bohemien Rapsody" dei Queen, gruppo tra i più sopravvalutati di tutta la storia della musica leggera ma comunque icona imprescindibile agli occhi del grande pubblico, seguita dall'immancabile "Imagine" di John Lennon. Nonostante il coretto bianco stile oratorio, c'è da dire che l'immagine e la voce di Lennon, anche a distanza di quarant'anni, hanno sgomentato di bellezza tutti quanti. Una canzone universale, capace di riunire il mondo sotto un'unica melodia. Una canzone di pace, ma non solo; a suo modo "Imagine" è un brano di protesta e di denuncia: "anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista", secondo le parole dello stesso autore.

Non manca la solita comparsata del grigio (sotto tutti i punti di vista) Brian May, che da anni ormai si vede e si sente ovunque, dal Festival di Sanremo ai cd di Lady GaGa, ancora osannatissimo dai fans nonostante siano principalmente sue le proposte di sostituire Freddie Mercury prima con la stessa Lady GaGa, per cui ha espresso parole di stima, e poi con l'ormai sgolato Axl Rose. Ma la cosa più aberrante è stata senza dubbio la performance di "We will Rock You" con Jessie J alla voce, gatta morta di ultima generazione di cui avremmo fatto a meno.

Si è cercato persino di riportare in auge i Pink Floyd ma purtroppo l'esibizione di "Wish You Were Here" che è stata realizzata ha poco o niente dei Pink Floyd, soltanto Nick Mason alla batteria. Il giovane Ed Sheeran alla voce appare emozionatissimo ma, pur cercando di essere indulgenti, la sua esibizione è stata decisamente insoddisfacente. Spettacolare invece la realizzazione dal vivo di due uomini che si stringono la mano mentre uno dei due va a fuoco, chiaro riferimento alla copertina dell'album "Wish You Were Here" del 1975.

L'esibizione più attesa della serata è stata tagliata dalla Rai. Esattamente nel momento in cuiMatt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme attaccano la loro "Survival", brano epico che stravolge gli standard musicali dei Muse, nonché inno di quest'edizione dei Giochi Olimpici, viene mandato in onda quasi un minuto di pubblicità. Poco considerati dai media nel contesto dei giochi e tagliati fuori dalla pubblicità Rai: semplice sfortuna?

A rappresentare la britishness sono stati chiamati anche i Beady Eye, gruppo formato da Liam Gallagher dopo lo scioglimento degli Oasis. Il fratellino si è presentato sul palco cantando il classico per eccellenza del repertorio degli Oasis, "Wonderwall"; chissà come l'avrà presa Noel?
Molto più interessante l'esibizione di Fatboy Slim, dj di fama mondiale. Ma nel complesso, più che un concerto la sensazione è stata quella di aver assistito ad uno spettacolo confusionario e poco strutturato, incapace di mettere in mostra gli aspetti migliori della musica leggera britannica, tra le migliori al mondo. La musica che ha dato i natali a Pink Floyd, Genesis, Deep Purple e Led Zeppelin, ma anche a gruppi più recenti e comunque degni di lode, quali Radiohead,Blur (molti i rumors secondo cui sarebbero stati presenti ieri sera), Pulp e Suede.

sabato 11 agosto 2012

Wolfsheim: un sogno Synth-Pop


I Wolfsheim si formarono nel 1987 ad Amburgo, sulla scia delle atmosfere Synth-Pop e Dark Wave che avevano fortemente caratterizzato la musica underground -e non solo- di quegli anni. Il duo, formato da Markus Reinhardt e Peter Heppner, si muove tra elettronica raffinata à la Depeche Mode e un certo tipo di cubismo musicale che ben si intona alla lingua tedesca, anche se gran parte dei loro successi sono cantati in inglese, come la cantilena gotica di "The Sparrows and the Nightingales", che pure alterna momenti in tedesco, nel mentre si muove tra ritmi sincopati, sintetizzatore a tutto spiano e contro-voci. O "Once in Lifetime", un'altra delle loro canzoni più famose, fiera e gorgogliante.



Le atmosfere delle canzoni dei Wolfsheim sono soffocanti, oscure, opprimenti in quelle parole che quasi mai lasciano scorgere la luce. Ne è perfetta rappresentazione "Kein Zurück", con quel ritmo che gira in circolo intorno a se stesso, come un cane che si morde la coda, e seguita a farlo all'infinito, metafora musicale di quei sogni da scrivere eternamente di cui parla il brano stesso. Metafora di quel tempo che scorre via, lancinante nel suo eterno ripetersi, specchio di un passato che non ritorna ("Es geht kein Weg zurück").

Ancora più sognante "Künstliche Welten", facente parte del loro penultimo album, "Spectators" del 1999, cullato da un ambiente sonoro avvolgente che prende in prestito dal Pop l'immediatezza e l'orecchiabilità, e dalla New Wave le peculiarità oniriche.



Wolfsheim: una delle piccole gemme poco conosciute appartenenti alla decade sottorreanea '80s, tra le più sottovalutate. Dalla Germania con immensa eleganza.



lunedì 6 agosto 2012

PLACEBO - 02/08/2012 - Roma, Capannelle (Rock in Roma)





I Placebo si formarono nel 1994 e a pensarci bene fa strano pensare che siano già trascorsi diciotto anni da allora, fa strano riguardare quel ragazzino truccato in modo ingenuo eppure intrigante che si muove in modo buffo e liberatorio nel video di "Come Home", loro singolo di lancio dal primo album, "Placebo", del 1996. Da allora Brian Molko, Stefan Olsdal e Steve Hewitt ne hanno fatta di strada. Anche se quella di Hewitt si è increspata nel 2008, quando venne sostituito dal tatuatissimo batterista americano Steve Forrest, che da "Battle for the Sun" è ormai divenuto membro fisso della band. Ed è con questa formazione, accompagnati da due session-man, uno alle tastiere e uno alla chitarra, e dalla bravissima violinista Fiona Brice, che i Placebo si sono presentati all'ippodromo delle Capannelle a Roma e al castello Scaligero di Villafranca a Verona, rispettivamente giorno 2 e 3 Agosto 2012. Ma procediamo con ordine.

Review - Live Report - Scaletta Concerto.

Intorno alle 15 di pomeriggio del 2 Agosto il numero di persone in fila per partecipare al concerto dei Placebo a Roma è esiguo, e la situazione non migliora granché tra le 18.30 e le 19, orario in cui finalmente vengono aperti i cancelli. Soltanto in serata l'ippodromo inizierà a colmarsi di persone, per una cifra stimata di 8000 partecipanti. Ragazzi e ragazze di tutte le età, molti i giovanissimi, ma non solo, provenienti da ogni angolo della Penisola.

Alle 20.45 salgono sul palco gli Aucan, gruppo bresciano formatosi nel 2005 e che negli ultimi tempi sta riscuotendo moltissimi consensi anche all'estero, soprattutto dopo aver avuto la possibilità di fare da open act ai Chemical Brothers il 14 Luglio a Jesolo. I tre hanno dato vita ad uno spettacolo musicale molto coinvolgente, che poggia le basi su un'elettronica piuttosto spinta, su cui vanno ad intrecciarsi sonorità Noise Rock e componenti e samples prettamente Dub.
Gli Aucan rappresentano una realtà musicale italiana molto interessante, soprattutto perché non provinciale come gran parte dei nostri gruppi attualmente in circolazione, che pure piacciono tanto; i loro lavori sono, invece, "esportabili", in quanto non circoscritti a problemi, tematiche e sound tipicamente italiani, anzi.

Dal momento in cui gli Aucan abbandonano il palco a quello in cui i Placebo vi salgono, non trascorre più di un quarto d'ora-venti minuti. Intanto parte una base pre-registrata, che sembra proprio quella di "Leeloo", b-side di "Pure Morning", che fa salire l'hype tra la folla impaziente, finché i nostri non compaiono e, tra urla e applausi, attaccano "Kitty Litter", uno dei brani portavoce dell'ultimo album in studio, "Battle for the Sun" (2009).
I Placebo appaiono sin da subito rilassati e concentrati: il cantante Brian Molko non ha abbandonato la capigliatura corvina e il make-up che da sempre lo accompagnano, ma appare più maturo del ragazzo arrabbiato di cui si parlava prima. Anche vocalmente ci sono stati dei cambiamenti, in quanto Molko ha imparato a sfruttare al massimo il suo particolare colore vocale per adattarlo ad un canto ben strutturato e tecnicamente valido, come si è notato soprattutto nel terzo pezzo eseguito al concerto, "Battle for the Sun", title-track dell'omonimo album, che ha seguito in scaletta un classico del loro repertorio, "Every You Every Me".

Si susseguono canzoni che alternano passato e presente dei Placebo, come "Speak in Tongues" dall'ultimo lavoro e le belle "Black Eyed" e "Special Needs", tratta rispettivamente dal secondo e quarto disco; ma intanto Brian non perde l'occasione di prendersela simpaticamente con coloro che anziché godersi il concerto lo guardano attraverso degli schermi, e arriva ad additare un certo "mister ipad", cui dedica anche la canzone seguente, l'incalzante "For what it's worth"!

"This is for you, mister Ipad!
...I got one too."


Stupisce piacevolmente la scelta del pezzo successivo, "I know", malinconica ballata facente parte del primo album, in cui tutte le tematiche ombrose e soffocanti dei Placebo, pur se velate da un Pop-Rock levigato e orecchiabile, appaiono più chiare che mai. E ancora "Slave to the Wage" e "Bright Lights", che almeno apparentemente riportano un'atmosfera più allegra sul palco, anche se entrambe si fregiano di parole ingenuamente doloranti ("Because a heart that hurts is a heart that works"). Seguono "Meds" e "Teenage Angst", entrambe arrangiate in modo particolare: la prima parte lentamente, cantata a mo' di ninna-nanna da Molko, per poi esplodere in tutta la sua potenza visionaria, mentre la seconda appare un po' snaturata ma comunque bella.

Ci si avvia verso la conclusione: su "Song to say goodbye" il pubblico esplode, e ancor di più sul classicone "The Bitter End", che però ci porta alla mente quanto canzoni come "Special K", "Pure Morning" e "This Picture" si sarebbero potute integrare alla perfezione nella scaletta. Ma è anche vero che accontentare tutti sarebbe stato difficile; per esempio, probabilmente a nessuno sarebbe dispiaciuto ascoltare una "Passive Aggressive" o una "Protect Me from what I want".
C'è da dire che l'unico neo di questo concerto sia stato proprio la durata: circa un'ora e venti per 18 canzoni. Al termine del concerto, l'ultimo organizzato dal "Rock in Roma", era prevista una festicciola di chiusura, e probabilmente sarà stato anche questo fattore ad aver causato un restringimento dei tempi. Anche se i Placebo non sono mai stati per i concerti lunghi.
I Placebo però sanno come renderli pieni ed intensi, inframmezzandoli con brani che lasciano ben poco spazio a critiche, come la stupenda "Running Up That Hill", cover riuscitissima del pezzo pubblicato da Kate Bush nel 1985.


Azzeccato anche l'inserimento nella scaletta della criptica e bellissima "Post Blue", dall'album "Meds" del 2006.
I nostri non mancano, poi, di proporre un nuovo brano: "B3", non dissimile dal sound finora proposto, ma che pone le basi per il prossimo disco, in uscita probabilmente nel 2013. Per poi concludere il concerto intorno alle 23.35 con un altro brano tratto da "Meds", ovvero "Infrared", che fa scatenare tutti prima dei saluti.

Nonostante la sua sfacciataggine un po' snob, Brian Molko appare soddisfatto e contento della serata e della partecipazione, così come Stefan Olsdal, che durante il concerto si era concesso a pose plastiche in compagnia del suo basso, e ancor di più il giovane Steve Forrest che prima di andare via dal palco getta le bacchette al pubblico adorante.

Un concerto breve ma bello, denso di quell'emotività oscura e al contempo leggera che da sempre caratterizza i Placebo e li immerge in un fascino infatuante.


Ps: Un ringraziamento particolare va alla persona che era con me la sera del concerto. Grazie per la bellissima serata.


Articoli Correlati: "Meds" - Placebo

venerdì 20 luglio 2012

JOY DIVISION - Traduzione "Disorder" e "Twenty four hours"


"DISORDER" - da "Unknown Pleasures" (1979)

Ho atteso che arrivasse una guida e mi afferrasse per la mano...
Riusciranno mai queste sensazioni a farmi assaporare i piaceri di una persona normale?
Queste sensazioni, in fondo, mi interesseranno giusto un altro giorno.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità. Oramai resisto all'urto.

Si sa facendo tutto più veloce adesso, ogni cosa si sta muovendo freneticamente
e diventa irraggiungibile, fuori portata.

Decimo piano, dietro le scale del retro, dove campeggia la terra di nessuno...
Le luci iniziano ad abbagliare, le macchine si scontrano,
una scena sempre più frequente ormai.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità. Me ne libero in qualche modo.

Ciò che significa per te...
ciò che significa per me...
ci incontreremo ancora.
Ti sto guardando, la sto guardando,
non riceverò alcuna pietà dai tuoi amici.
Chi ha ragione? E chi può dirlo!
Ma non interessa a nessuno adesso.

Fin quando lo spirito continuerà ad accalappiare nuove sensazioni,
potrai saperlo.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità.
Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità.
La sensibilità, la sensibilità, la sensibilità.


"TWENTY FOUR HOURS" - da "Closer" (1980)

E così, in questo limbo, l'amore distrugge l'orgoglio.
Quello che una volta era innocenza, adesso si è ribaltato su se stesso.
Una nube incombe sopra di me, vìola ogni mio movimento
mentre mi aggiro negli abissi dei ricordi di quello che una volta era amore.

Ho realizzato di quanto tempo avevo bisogno
per inserire le cose nella giusta visuale.
Mi sono sforzato così tanto a cercare, e per un solo momento mi sono illuso di aver trovato la mia strada.
Il destino s'è rivelato e l'ho lasciato scivolare via.

Tutte queste tensioni sono così eccessive da superare qualsiasi distanza...
Vorrei cercare di mantenere con tutti una certa solitudine...

E se provassimo a partire, cosa rimarrebbe di noi? Cosa troveremmo?
...Una vacua collezione di speranze e desideri radicati nel passato.

Non ho mai realizzato quali strade avrei voluto percorrere,
tutti gli angoli oscuri di un senso che non conoscevo.
Per un solo momento mi è parso che qualcuno mi stesse chiamando,
ho guardato al di là del giorno, al di là della mia mano, e non c'era più niente.

Ora che ho potuto constatare che è andato tutto male,
devo trovare una terapia, perché questo trattamento sta richiedendo troppo tempo.
In fondo al cuore, dove una volta la compassione oscillava lentamente,
devo trovare il mio destino prima che sia troppo tardi.



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